Partenze. 1-5 dicembre 2017 / Venezia -Rabanal del Cammino

Hxxx e Massimo hanno camminato insieme per 22 giorni. Un’esperienza breve, ma intensa, che vi raccontiamo con le parole dell’accompagnatore.

C’era una volta una storia che parte da un punto e arriva ad un punto, in un tempo in cui c’è una tale urgenza di essere grandi che non si può vedere l’essere piccoli: questa storia tra il giovane H. e il suo accompagnatore-scriba M. comincia proprio nei paraggi.

Nella partenza per un grande viaggio sembrerebbe necessario tagliare con casa e invece spesso si attende, proprio sulla soglia della partenza, il benestare di chi si vuole lasciare: quasi ad avere una forza aggiuntiva, una bene-dizione sul viaggio. Si sa, le avventure sono così dense di disavventure che un amuleto protettivo non fa mai male. Ma per H. non fu così: il 3 dicembre, data del volo, alla vigilia del viaggio papà e mamma non si presentano alla firma del contratto. Sì perché così cominciano i lunghi cammini: con un contratto. Del resto la famiglia ce la dà la natura, ma siamo noi a scegliere con chi ci accompagniamo, attraverso accordi e negoziazioni. Proprio sulla firma di quel contratto tra noi, conosco H. e tutta la regia corte dei servizi sociali e dell’associazione Lunghi Cammini che crea l’opportunità di questo viaggio di circa un mese. Un contratto che mette sul tavolo aspettative, impegni e vincoli reciproci: siglato, firmato da tutte le autorità compreso H. e io che sono accompagnatore-scriba. Il viaggio ci porterà ai confini dell’occidente, in terra di Spagna da Astorga fino a Finisterre per 22 giorni (1-23 dicembre 2017). Il contratto è veramente cosa da grandi: infatti mentre in casa le cose vengono date come dovute, in terra straniera tutto ha un equilibrio di dare ed avere, che comporta vantaggi ma anche vincoli-regole e alleanze, nonché rotture.H., 16 anni, carnagione olivastra, con dei lineamenti indiani parla di origini non italiane e allo stesso tempo una lunga permanenza in Italia. Sul tavolo di quel contratto, ignaro, come me, di quello che ci sarebbe accaduto nel prossimo mese assieme, si dice “tenace ma irascibile”. L’occhio scuro, i capelli neri, il pizzo della prima barba, tradisce dietro la voglia di viaggio anche un desiderio di fuga, quasi a buttarsi indietro cose che poi si portano sempre con sé. Ma in lui c’è fretta di sanare altrove. Mi parla di feste e cerca di scucirmi una mezza promessa di possibili trasgressioni in Spagna, a cui dico di no, guadagnandomi subito del “vecchio” che non sa divertirsi. Sepolto dietro questo bisogno estremo di trasgressiva festa fatta di marijuana, c’è un trasporto per il bello: mi parla di arte, di Van Gogh e Picasso, di Mantova e del castello dei Gonzaga. Ma senza prendere troppo sul serio queste velleità, sono cose “da bambini” e non c’è tempo. Bisogna correre alle cose da grandi: le feste al di là delle regole. Chissà in Spagna! Con fare autentico e diretto, perché così si racconta: “non mi piacciono le mezze cose, sono tutto d’un pezzo… se ti devo dire una cosa te la dico in faccia: anche stronzo se necessario”. Escluse le tonalità intermedie, rimangono in campo solo le tinte forti anche della rabbia. “Se mi vedi zitto oppure corrucciato preoccupati, perché io scoppio”. Finché lo pronunciava, siglava anche il detto “uomo avvisato mezzo salvato”. Con lo stesso stile trasparente e diretto chiedeva di poter fare trasgressioni in Spagna, quasi che dietro una domanda autentica la risposta debba essere per forza affermativa, in “fondo non ho mica ingannato”. Come non esistono le vie di mezzo non esistono nemmeno le mediazioni ai propri bisogni. Mi sembra di aver per le mani un aquilone che talvolta tira gonfiato dal vento e strappa per volare, talvolta bisogna soffiarci dentro per evitare che plani a terra. Inoltre è inutile dimenticarlo, la responsabilità rimane e mollare l’aquilone vuol dire perderlo.

Tra il 1 e il 3 dicembre sulle rive del Sile si consuma la preparazione e l’accordo, una veloce convivenza: nell’alloggio che ci ospitava una quadro con una foto di Albert Einstein. H. mi confessa che è infastidito del suo fissarci a tavola e poi leggo la scritta nel quadro: “La gravitazione non è responsabile del nostro cadere innamorati”, da lì capisco il suo fastidio.

Poi il volo. Domando ad H. se ha mai volato e la risposta è no! Quindi il primo viaggio lontano e anche il primo volo. Vedrai?! Ovviamente nel tempo della grande urgenza di essere grandi manifestare la paura è solo segno di un cedimento e lo stesso dicasi per il dolore di quell’assenza dei genitori alla partenza, quindi con i lineamenti del volto induriti per tenere celato ciò che non si deve vedere si va all’aeroporto. Abbottonati sul colletto stretto dell’essere “duro”, un pensiero rivolto alla madre tra parentesi (“per le sue cose trova tempo”), un altro al padre (“non lo saluto”) e via. Un via che il cammino vorrebbe buttare ma che non si cancella, infatti calpestato tra “ho altro da fare” appare un “mi mancano”.

Dall’oblò dell’aereo la laguna veneta e San Donà da cui è partito: curioso, certe volte per vedere qualcosa bisogna essere fuori, lontano o dall’alto. Da dentro non si vede. H. scruta finché può quella terra che ha attraversato più volte da dentro in questi sedici anni in cerca di spazi conosciuti e me li segnala. A Barcellona (primo scalo del nostro volo), in perfetto stile con questi tempi, è già un esperto di voli, check-in, documenti, prenotazioni ecc. Poi finalmente a Madrid, ma prima di atterrare il tramonto: H. arrabbiato si offende perché lo spettacolo del sole va in onda solo per l’altro fianco dell’aereo, “evidentemente hanno pagato di più”. Gli faccio notare che questo spettacolo va in onda gratis ogni sera e mentre lo dico sorprende anche me. Di lì una metropolitana infinita nel cuore della città ci fa attraversare il buio della sera.

La capitale di Spagna “chissà che feste”! Io in cerca del nostro alloggio e lui in cerca di dove vive e si alimenta l’eccitante trasgressione: la movida. Movida è stata nel senso che abbiamo dovuto camminare per giungere all’alloggio e poi mediare per il pagamento, “ma questi sono dettagli che per le urgenze eroiche di questi tempi” non si vedono. Insomma quando finalmente l’accompagnatore ha sbrigato questi dettagli noiosi, ci siamo immersi nella Madrid notturna. La movida al di là di una capitale stanca si è esaurita alle 23,30 con le chiusure dei locali e quasi quasi il divertimento sconfinava con la normalità, ma diciamolo sottovoce per non rompere l’incanto adrenalinico del nuovo.

Sarebbe troppo semplice e dovrebbe convivere con l’insopportabile noia. Impossibile, la movida è sempre di là, da qualche parte che poi si annoda in parole esagerate di H. per di nuovo svuotarsi. Eccesso che cerca l’eccesso anche per sedarsi di questa estenuante ricerca.

Con aria furtiva la mattina presto siamo già in autobus per Astorga e per fortuna mi fa notare H. che il bus ha video in ogni sedile. Arrivati ad Astorga, visita alla città e al Museo della cattedrale e lo sguardo si appoggia anche sul monumento di Gaudì ai peregrinos. Peregrinos: nome che sentiremo intonare più volte.

Già nel museo appare San Giacomo (Santiago) con i suoi simboli e tutte le sue leggende. 

H. stanco vuole andare all’albergue e io decido di cercarlo a vista e senza mezzi digitali; con grande disappunto di H. siamo costretti a chiedere la strada e andare per tentativi. Giunti, l’albergue si trova “seduto” davanti ad una splendida statua dedicata ai pellegrini, che già racconta fatica.

Notte tranquilla senonché H. mi confessa che nella spasmodica voglia di maria sposta una mattonella un po’ sconnessa del pavimento sperando di trovarla lasciata lì da qualcuno e invece rimane in mano sua solo un biglietto con il disegno di un serpente avvolto nelle spire e una scritta che in inglese recita: “qualcosa emerge nel cammino come un serpente che si avvolge nelle sue spire” e “così mi riscopro”.

Da lì una prima lezione del cammino: nulla si incontra per caso e forse tutto incontra proprio noi. Gli incontri imprevisti saranno un altro capitolo di questo viaggio.

In fede lo scriba-accompagnatore M.

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