Il cammino di Hxxx e Massimo. Seconda puntata

2. La poltrona e il cammino

6-15 dicembre 2017 / Rabanal del Cammino –Monte de Gozo

C’era una volta una storia che parte da un punto e arriva ad un punto, in un tempo in cui c’è una tale urgenza di essere grandi che non si può vedere l’essere piccoli: questa storia tra il giovane Hxxx e il suo accompagnatore-scriba M. si confronta con queste fatiche.

Sai che comodità: una poltrona e su una mano una canna e sull’altra delle patatine per schimicare”. Hxxx mi racconta esattamente l’opposto del “cammino”: quello che ci attendeva su quei piedi nel nostro viaggio assieme e me lo racconta come un paradiso perduto da ripristinare al più presto. In questo mito mi racconta dei “personal e del chiusino”. Personal è l’utilizzo di marjuana in solitaria. Chiusino è una sorta di fumo passivo realizzato stando in un posto piccolo in più di uno, chiuso appunto. La parola chiusino mi risuona spesso nel nostro cammino, tanto che alla fine mi diventa sinonimo di cortocircuito. Sì, perché mi chiedo come si fa da quella poltrona a capire che cosa si può o non si può fare in una vita: come si possono misurare limiti e quindi possibilità, se non si va fuori e ci si prova? Come se il circuito dell’esperienza fosse troppo corto per permettere di apprendere e apprendersi. Nel cortocircuito, il potenziale della corrente elettrica fa saltare l’impianto perché non è stata impiegata in un lavoro. Lo stesso penso succeda a 16 anni: con in tasca l’energia delle infinite possibilità, l’urgenza di essere subito risolti e la mancanza di tempo per imparare come impiegarla. Se non c’è lavoro il sistema va in cortocircuito.

Ecco il cammino è proprio questo esercizio con il tempo: ti chiede una fatica, talvolta anche dolorosa, che è appesa ad una speranza di compimento che non è né qui né ora, ma è dopo e là e forse dietro l’angolo. Ecco che con Hxxx mi sono sentito spesso uno “spacciatore di speranza” per tenersi fin che ne hai sul cammino. Come gli spacciatori, ero costretto a sedurlo alla mia mercanzia: dopo, là in fondo, alla fine c’è un bene maggiore che ora non si vede. Senza questa speranza appesa tra desiderio e pensiero il cammino non parte perché se cerca il suo compiacimento ora non lo trova. Quante inchiodate lungo la strada oppure brusche accelerate, perché così si finisce prima. Quanti “avevi ragione” conditi con “mi hai fregato”, “mi avevi detto che saremmo arrivati”. Quante sorprese dense di stupore oppure di rabbia da aspettativa delusa. Quanto il sortilegio della speranza che ci tiene sul cammino si attacca a stratagemmi, astuzie, seduzioni e distrazioni. “Ho camminato senza pensarci e così è volato via”. Oppure “non vedevo l’ora di uscirne e tutto” è diventato ricerca di poltrona. Non mi è chiaro se in fondo al cammino abbiamo trovato quello che ci aspettavamo oppure i nostri sogni, ma son certo di due cose: quei sogni servivano per partire e il loro compimento è nulla in confronto agli accadimenti che ci hanno incontrato. Anzi mi sono convinto che le speranze sono degli espedienti per incamminarsi: poi è camminando che trovi e ti trovi. Affidandoti agli imprevisti e sentendo una loro bontà di fondo oppure scoprendola nell’esporti agli accadimenti. Ma tutto ciò non lo si insegna, lo si cammina.

Hxxx, alla fine del viaggio alla domanda che cosa hai imparato, risponde: a “buttarmi dietro le cose”; quasi a dire che il desiderio si ripulisce nelle esperienze e sta in piedi solo ciò che serve e il resto muore con le fantasticherie-paure della poltrona che sta a guardare il mondo.

La barca è più al sicuro ancorata al porto, ma quello non è lo scopo della barca.

la poltrona e il cammino 3Quante salite, quante discese, quante intemperie fino a non farci più caso: diventa un ritmo e senti che non ti ferisce più. Il male ai piedi c’è ma è stranamente calpestabile, la spossatezza si rigenera in una notte, eppure avevi giurato l’impossibilità. L’abitudine addomestica il male e l’allenamento apre orizzonti di possibilità che sembravano preclusi. La pigrizia invecchia, mentre la fatica in dosi sopportabili stimola la creatività della ricerca.

Quante delusioni. la poltrona e il cammino 7_censored

Ricordo il volto del mio amico Hxxx quando, arrabbiato, non sapeva più chi incolpare per essere nel mezzo di una prova che non si autorisolve se non con l’impegno.

 

 

 

Quanti desideri appesi a scrutare là lontano: uno strano luogo che trainava alle volte il nostro cammino.

Quanti riti incontrati a fare del sacrificio un valore e, anche se non hanno guidato i nostri passi, in alcune sere si sono affiancati a noi.

la poltrona e il cammino 10Quanti volti e persone incontrate che ci dicono: “sai, qui siamo tutti un po’ rotti” e camminano per superarsi e trasportano il dolore che cercano di perdere nei loro zaini. Poi lo appiccicano a dei sassi per lasciarlo alla montagna, che essendo grande può tenere tutto questo dolore. Un luogo serba questo segreto ed è quello della Cruz di Hierro: molte persone sotto questa croce depongono il peso delle loro storie, sperando di staccarlo e lasciarlo lì. Hxxx ha avuto anche l’occasione di video riprendere questo rito moderno: un padre ha lasciato la scarpetta della sua bambina neonata. Tra quelle pietre sperava di perdere il dolore che la blocca in un letto di ospedale a Firenze e in modo simbolico regalarle la speranza di incamminarsi. Poi con Hxxx scopriamo che il suo zaino è pieno di tanti di questi oggetti infantili del Meyer di Firenze che altri genitori hanno lasciato a lui.

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Con Hxxx decidiamo di prendere una di queste pietre che appesantiscono l’altezza di questa montagna e portarla fino al mare (a Finisterre) per alleggerirla.

Quante distr-azioni dalla nostra meta hanno colorato la nostra curiosità, riempito la nostra fantasia di forme, parlato di tempi lontani, adibito luoghi improbabili a nidi oppure dichiarato sui muri dei pensieri.

Quanti sguardi animali ci hanno osservato!

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Quanto le prove ci hanno portato agli estremi e lì abbiamo incontrato l’esaltazione e l’ebbrezza della vertigine. Proprio là dove la tempesta infuriava.

 

 

Quanto le stesse prove ci hanno portato allo stremo. Inzuppati d’acqua e sbattuti dal vento, paradossalmente tutti sulla stessa barca oppure sulla stessa zattera. In comune con gli sconosciuti solo un cammino che passava proprio attraverso la tormenta.la poltrona e il cammino 24_censored

In ogni dove all’apparire del nostro volto contornato da un grande zaino, ci incrociavano con la frase “Animos peregrinos”. Solo ora ho capito che era un invito a trovare in noi l’animo per tenere fede alla meta, a “fare anima” proprio nell’esperienza del cammino. E se avere una anima fosse semplicemente mantenere e allenare una motivazione interiore e salda anche quando il cammino non si fa facile?

Oppure nella versione antica Ultreya e Suseya.

Entrambe le parole derivano dal latino; ultreya: ultra (più) ed eia (avanti), mentre suseya potrebbe tradursi avanti verso l’alto. L’origine della loro apparizione sembrerebbe datare al XII secolo, in una canzone compresa nel “Codex Calistinus” che nel dare il benvenuto ai pellegrini diceva tra l’altro: “Ultreya et suseya, adjuva nos Deus”.

Questa frase potrebbe descrivere l’immaginario dialogo di un incontro sul cammino; dove vai o pellegrino? Ultreya, avanti, si rispondeva e l’interlocutore ribatteva: suseya, in alto (andrai), Dio ci protegge. 

L’invito ad andare di Santiago (San Giacomo) è l’invito a trovarsi dentro una motivazione.

Il vero maestro è il cammino con la sua pratica e sono tutte quante le cose che abbiamo incontrato che fanno la nostra storia, danno senso all’esperienza e con lei il senso a noi.

In fede lo scriba-accompagnatore M.

 

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