Il viaggio di H. e Massimo. Terza parte

3. Imprevisti e relazioni

6-17 dicembre 2017 / Rabanal del Cammino –Santiago de Compostela

C’era una volta una storia che parte da un punto e arriva ad un punto, in un tempo in cui c’è una tale urgenza di essere grandi che non si può vedere l’essere piccoli: questa storia tra il giovane H. e il suo accompagnatore-scriba M. incontra tanti volti imprevisti alla partenza.

Questo montaggio tra disegno e foto è stato realizzato da uno degli amici koreani incontrati lungo l’avventura del nostro cammino. Un mese di passi lungo il cammino si popola di volti ed incontri. Sì, perché il cammino di Santiago oltre che trekking è anche un evento collettivo e sociale europeo e non solo. Non a caso l’Unesco lo tutela come patrimonio culturale.

Persone provenienti da ogni dove, che senza appuntamento si incontrano sui suoi sentieri e tra questi anche noi. L’incontro avviene per caso: ci si riconosce dallo zaino e poi negli albergue, dal trovarsi e poi ritrovarsi a cucinare. Dietro il disegno la cattedrale ha un’impalcatura e questo mi ricorda come si sono tessute le nostre relazioni: infatti sono gli imprevisti la regia degli incontri. L’imprevisto scombina la gestione e rende gli altri necessari, combinando improbabili comunicazioni. Sul telaio esile di questi bisogni si costruisce la prima parola dell’incontro con gli altri. Così si sfonda la solitudine semplicemente perché non si è più autosufficienti e si scopre quanto la collaborazione può essere risorsa. Ma non era pianificata anzi va in scena sul palcoscenico dell’improvvisazione e questa non ha tempo per timidezze, aggiustamenti e cosmesi dell’aspetto. Semplicemente ho bisogno e chiedo: in questa composizione relazionale il desiderio si colora di nuove tonalità. Di una semplicità che oggi spesso sembra fuori moda, troppo travestita di tecnologia, lusso e benessere.

Così anche noi depistati dagli imprevisti abbiamo incontrato.

Incontrato Armando della contea di Firenze in cammino per la sua bimba in ospedale a cui voleva restituire i piedi per uscire dalla malattia (come già raccontato in “Poltrona e cammino”). Per un po’ il mio amico H. ha adottato Armando come padre, perché la paternità si testimonia più che metterla al mondo. H. rimane sorpreso e commosso che per un figlio si possa fare tanto, senza nemmeno clamore. Sentirsi poi da questa energia spronato a costruirsi un progetto e un senso.

Dietro Armando altri connazionali italiani che ricordavano casa: perfino partiti da terre Jesolane o dal Milanese. L’imprevisto e la relazione mescola le carte ma non sempre tutela e cura. Infatti non sono mancati, proprio grazie ad italiani, occasioni di spaccio o di rissosa aggressività. Non tutti interpretano il cammino come un viaggio interiore, alcuni come vacanze a basso costo a spese degli albergue. La sera non arrivano ai rifugi per dormire stanchi ma freschi e pronti per la festa a base di alcool e altro. Poi li chiameremo busgrinos: visto che il loro mezzo non erano i piedi, ma il bus. H. con il tempo ha riconosciuto in questo il tradimento della prova e un modo per imbrogliare la fatica e così anche la crescita.

Nei pressi di queste tentazioni di sballo, abbiamo anche incontrato altri italiani che reduci di comunità per le dipendenze tentavano il cammino come prova riabilitativa, in contatto telefonico con psicologi.

Ma talvolta duellare con i propri fantasmi non è una buona strategia per vincere: un pizzico di astuzia e prudenza insegna anche ad evitare inutili tentazioni. Così abbiamo usato i piedi per seminarli dietro di noi, anche se lo sguardo del mio amico H. spesso li vedeva con la stessa nostalgia che provava per la poltrona. Il cocktail di imprevisti e incontri ci insegnava ora la prudenza e la tutela, per proteggersi ma senza evitare l’incontro. Anche questo è umano.

Batteva bandiera italiana anche Elena delle terre del Sud, ma il suo stile non era di fronteggiare il male con eroiche gesta, quanto quello di mettere al riparo perché nessuno si faccia male. Lei coglieva la fragilità e la accudiva con abbraccio materno, manteneva il filo sottile delle comunicazioni tramite i cellulari e così tesseva la rete di una comunità incontrata e non programmata. Ad un certo punto del cammino eravamo anche noi in questo intra-net. Lei curava-curandosi le sue ferite, quasi a dover riparare tutti. Porgeva l’orecchio alle storie e per prima ci svela: “qui in fondo siamo tutti un po’ rotti e camminiamo per ripararci”. Chi per cambi di vita lavorativa, chi per storie d’amore finite in cui non si riusciva a rielaborare il lutto, chi cambiava modo di vita e voleva sigillare con il cammino una rinascita, chi voleva cancellare un passato di violenza, chi voleva vincere le dipendenze da sostanze. Gli esiti e gli stili erano i più svariati, ma lei si preoccupava che a cena, la sera, ci fossero tutti, almeno quelli che ci provavano sul serio. Elena questo lo chiamava il family’s cammino. H., come in altre situazioni, rimane meravigliato di un’accoglienza così immediata e spontanea, in particolare “non ci guadagna niente”: come sempre è l’imprevisto a fare dell’incontro una meraviglia. Spesso al mio amico H. è capitato lo spuntino offerto, il sorriso regalato, la disponibilità all’ascolto, la preoccupazione quando è scomparso e tutto senza “tornaconto”. Con Elena ha sperimentato nuovi cibi (il pulpo alla galliega oppure il latte appena munto) e in particolare è stato accolto in mille discorsi, da cui faticava a separarsi: discorsi fatti anche di consigli e di veri e propri ammonimenti. Io, abituato alle gesta de

ll’amico H., ascoltavo e attendevo di vederlo alle prese con il campo dell’esperienza e mi chiedevo quanto sarebbe rimasto in lui di tanti buoni consigli. Mi ha colpito anche il giorno in cui nel family’s cammino si è parlato d’amore e di altre storie, raccontate da Elena ma anche dal silente tedesco Christian: la tonalità della fragilità era ricca di parole adulte e lo stesso H. si è trovato a svelare di sé cose più autentiche e meno spaccone del solito. Certe volte gli altri ci autorizzano a mostrarci perché anch’essi si mostrano.

Un capitolo a parte andrebbe dedicato agli incontri spagnoli … In particolare due: Galdino e Felipe. Galdino e i suoi tatuaggi che ricordavano tutti i passaggi significativi della sua vita, incluse le risse e altro. In una cantilena spagnola narrava di gesta così epiche che ti veniva voglia di verificare cosa c’era di vero. Anche questo si incontra nelle locande dei destini incrociati del cammino e si impara a raccogliere le parole che camminano da quelle che dicono di farlo. Oppure Felipe che si era creato la parentesi cammino, per dedicarsi un tempo a sé dopo un matrimonio, una paternità e un figlio disabile. “Gli voglio bene” e ogni sera ci presentava tutti in video alla sua famiglia, ma “non avevo più tempo per me”.

Numerosi e presenti i koreani, mai arrivati in gruppo: nel loro paese il cammino è segno di una prova per essere adulti. Lo mettono anche nel curriculum vitae per l’assunzione. Dal lontano oriente partono in questo lungo viaggio da soli a circa 20 anni, con in bocca nessuna parola europea se non l’inglese. Una cortese gentilezza li contraddistingue. Stefan si fa subito conoscere perché si è portato lo zaino di Armando quando questo aveva male alla caviglia. Poi diventa amico straniero di H. Stefan viaggia sempre con un compagno, che veste spesso un pigiama rosa, e una misteriosa donna koreana che ama camminare in solitudine. Ma il gruppo koreano si è arricchito di molti volti tra cui Hahn, il disegnatore del fumetto del nostro viaggio. Un ragazzo che frequenta l’accademia delle bella arti a Seul e fa il disegnatore grafico. Per non parlare di altre due giapponesi (con nomi che sembravano fumetti: Hikaru e Haruko). Hanno popolato di oriente il cammino sia per lo stile che per gli odori provenienti dalla cucina. Siamo riusciti per un compleanno a mescolare anche le cucine tra noi.

Non sono mancate due ragazze sudamericane (Bolivia-Selia e la Messicana con tutti i rimedi fatti di erbe), una ragazza polacca (Joana) sempre con l’auricolare ma che a Santiago ci ha sorpreso per averci regalato un reportage su tutti noi. Tutti componenti della family’s cammino.

Attorno alla tavola, la sera, nelle locande dei nostri cammini incrociati, questi volti piano piano sono diventati storie e, da incontri casuali, appuntamenti. Ognuno cammina da solo le sue storie e la sera ci si mangia sopra insieme. Talvolta ci si trova anche per strada, ma si bussa alla porta della possibile confidenza rispettando chi ha bisogno di star solo. Dalle prime impressioni in bianco e nero, ogni storia si scioglie in varie tonalità di colori e la fiducia riposta in alcuni di loro, tra sorprese e delusioni, non divide il mondo in amici e nemici. Ma solo in storie che camminano, che, ad ascoltarle più volte, talvolta per certi versi ritrovi anche la tua. Più i nostri destini si incrociano, più le storie si narrano insieme e più la gioia dell’arrivo a Santiago, la nostra meta, cela la tristezza di una separazione imminente che ormai non è più facile, perché ci siamo legati.

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