Dopo la presentazione del libro, alcuni estratti

Venerdì 13 dicembre scorso abbiamo presentato il nostro libro Camminare cambia (Ediciclo editori) in casa””, a Mestre, presso la sala del Gruppo di Lavoro via Piave, che ringraziamo ancora una volta per la gentile e preziosa collaborazione.

Nella foto  da sinistra la presidente, Isabella Zuliani e le socie Laura Rebesco e Nicoletta Zanon.

Oltre a un pubblico variegato, attento e partecipe, erano presenti anche due  degli accompagnatori che hanno collaborato ai primi cammini sperimentali e che ci hanno raccontato un po’ di questa loro esperienza.

Nella foto, da sinistra, Nicoletta Zanon e gli accompagnatori Francesco Barletta e Fabrizio Preo.

Riportiamo qui di seguito un estratto del testo scritto di Matteo Vercesi, responsabile di marcia nella fase sperimentale, e pubblicato nel nostro libro:

Nella funzione di responsabile di cammino, ruolo affidatomi dall’associazione sin dall’inizio della sperimentazione italiana, ho avuto modo di addentrarmi quotidianamente nella dimensione di una “comune fragilità”: del ragazzo, dell’accompagnatore, delle persone incontrate durante il cammino. Da un punto di vista pratico, mi sono occupato dell’organizzazione del pre-cammino, il delicato momento, della durata di qualche giorno, che corrisponde alla prima fase di conoscenza tra accompagnatore e ragazzo, durante la quale si sanciscono alcune regole di base, si acquistano i materiali utili, si cammina (naturalmente) e ci si prepara alla partenza. Durante il cammino vero e proprio, che sino ad oggi abbiamo organizzato in Spagna avvalendoci, per la preparazione delle tappe, della collaborazione di Seuil, ho parlato ogni sera al telefono con la coppia, dopo aver ricevuto da essa un sms con una relazione di sintesi della giornata. Ogni settimana viene redatta una relazione approfondita da entrambi, mentre ogni dieci giorni, sotto la mia guida, giovane e accompagnatore compilano una griglia di autovalutazione relativa ad alcune macro aree (pertinenti a: qualità della relazione, rapporto con le regole e con l’ambiente circostante, livello di socialità, capacità di autonomia e di operare delle scelte, rispetto degli obiettivi) che permette di tenere monitorato l’andamento. Periodicamente la coppia viene contattata anche dallo psicoterapeuta del team educativo (il gruppo di lavoro, coordinato dal responsabile di cammino insieme alla presidente, viene convocato per riunioni periodiche di confronto). Durante i tre mesi di cammino, il responsabile li raggiunge almeno due volte in loco, per alcuni giorni, durante i quali si struttura una verifica approfondita dell’esperienza (in caso di criticità, i viaggi di monitoraggio possono essere più frequenti).

Tra le criticità emerse con maggiore frequenza si annoverano sicuramente quelle di tipo relazionale: dopo un primo periodo di conoscenza, durante il quale, in apparenza, tutto sembra funzionare bene, solitamente i ragazzi innescano dinamiche arcaiche basate su strategie difensive del loro nucleo emotivo più profondo e che si manifestano in aperti attacchi e in tentativi di destituzione del ruolo dell’adulto che sta loro accanto (ma anche di chi è distante, in Italia, e che risulta coinvolto nel progetto) mediante provocazioni, trasgressioni, manifestazioni di aggressività, messa in discussione del senso del cammino e delle regole sancite. L’adulto, adeguatamente preparato in tal senso e sostenuto dal team (ma di certo non insensibile a tali attacchi, i quali possono essere vissuti su un piano personale e non concepiti come atteggiamenti atti a destituire la funzione educativa che riveste), deve essere in grado di far leggere al giovane le matrici profonde che lo portano ad adottare tali comportamenti, per orientarlo all’acquisizione di nuove strategie e al cambiamento. I quattro cammini che ho avuto modo di seguire giorno per giorno sono stati caratterizzati, pur con naturali differenze, da questi aspetti, quasi rappresentassero una tappa obbligata del cammino relazionale che coinvolge entrambi i camminatori, in movimento con il corpo ma anche, e direi soprattutto, con la mente. Uno dei ragazzi mi ha riferito che non pensava che durante il cammino «si potesse pensare così tanto», mentre un altro lo ha paragonato ad un «graduale spogliarsi, come quando si è in corsa verso il mare e si gettano i vestiti dietro di sé.»

L’accompagnatore, che deve presentare caratteristiche di “buon equilibrio”4, è posto in una condizione di duplice impegno: da un lato deve sostenere e motivare il giovane, offrendogli spunti e strumenti per la rielaborazione dell’esperienza in corso, ma d’altro lato deve rielaborare il proprio vissuto e i propri carichi emotivi, nonché affinare strategie di gestione adatte al contesto.

[….] le criticità legate al cammino non sono quasi mai di tipo fisico, per quanto la fatica e i disturbi classici che attanagliano il camminatore (tendiniti, vesciche) siano presenti, ma semmai, prevalentemente, di natura psicologica, legate alla tenuta mentale di un impegno fuori dal comune e senza precedenti, ma che se condotto a termine ingenera una nuova consapevolezza di sé, una coscienza allargata relativa alla natura delle proprie risorse e dei propri limiti. I tre ragazzi che hanno compiuto l’impresa hanno affermato che non avrebbero mai creduto di poter concludere positivamente l’esperienza, e che il fatto di esserci riusciti aveva dato loro forza e fiducia per affrontare il futuro.

Le altre criticità emerse dalla sperimentazione sono di tipo culturale, legate ad un sistema di welfare che fatica a riconoscere offerte alternative al consueto e al conosciuto. A tal proposito, si evidenzia che i quattro cammini sono stati realizzati esclusivamente con fondi privati, senza il minimo contributo dello Stato, e che in alcuni casi è risultato difficoltoso trasmettere il senso del progetto associativo alle istituzioni, spiegare loro il significato di un intervento incentrato sulla destrutturazione di alcuni aspetti disfunzionali individuali e legati al contesto sociale di appartenenza dei giovani nonché sul tentativo di rifondarli alla luce di nuovi principi di vita, al fine di creare un’interazione tra giovane e ambiente maggiormente adattiva.

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